Uno Stato ben gestito, che programma deficit «buoni», non può mai finire in bancarotta. L’economia dell’euro è vittima della stramba ideologia che si è costruita, radicata nella propria storia.

Contrariamente a quanto sostiene l’ideologia dittatoriale del nuovo ordine europeo in cui è confinato l’euro, un deficit permanente, o anche uno crescente, può essere la prova che lo Stato è ben gestito. Si dovrebbe sollevare la questione: qual è la condizione dell’esistenza di uno Stato ben gestito e, quindi, di una genuina, sana, finanza pubblica?

La risposta è semplice: tramite la politica fiscale lo Stato dev’essere l’ancoraggio di una vera crescita a lungo termine, che garantisce un benessere crescente alla società nel suo complesso. Visto che un benessere crescente richiede una vera piena occupazione, il che significa l’inesistenza di un razionamento del reddito per la maggior parte della popolazione, la conditio sine qua non di una politica fiscale davvero sana è che essa dia vita, in modo permanente, ad una autentica piena occupazione.

Questa definizione di quello che deve essere il ruolo dello Stato contraddice i tre postulati-chiave dell’ideologia su cui si fonda l’unione monetaria europea, e cioè:

1 – Lo Stato deve comportarsi come qualsiasi famiglia o società privata. Dato che ogni agente privato razionale si sforza di equilibrare il proprio conto economico, lo Stato deve cercare il pareggio di bilancio.

2 – Al contrario degli attori privati, lo Stato, anche agendo razionalmente, non può mai generare crescita con la sua spesa. Lo Stato moderno è sempre un «peso» che distrugge la crescita.

3 – Il deficit pubblico è una distruzione netta di ricchezza. Nel breve periodo, drena risparmio dalla produzione; nel lungo, genera debiti che trasferiscono povertà e sacrifici alle generazioni future. Le tasse future saliranno di continuo, spremendo le future spese produttive private.

Molti studi convergono nel dimostrare che questa visione puramente negativa dello Stato è solo una fantasia; lo Stato è infatti l’autentico pilastro di una genuina crescita di lungo periodo. Questa visione serve solo a nascondere il completo smantellamento dello Stato, sostituito dal ruolo preminente delle corporation dei paesi-chiave dell’euro (Francia e Germania, soprattutto).

Il deficit pubblico può essere il fondamento ultimo di una crescita stabile che produce piena occupazione. Dato che le spese dello Stato contribuiscono alla generazione del reddito nazionale, mentre le imposte hanno l’impatto opposto, è una pura identità di contabilità nazionale il fatto che il deficit pubblico ex post sia pari alla creazione netta di reddito per il settore privato nel suo insieme, residenti e non residenti. Equivale a un’altra pura identità contabile: il deficit dello Stato genera un surplus, o risparmio netto, di pari ammontare per il settore privato nel suo complesso (proprietari di case e aziende, residenti e non residenti). Se il bilancio è in pareggio, i nuovi risparmi netti del settore privato sono pari a zero. Ancora peggio se lo Stato cerca surplus per ripagare il debito; il surplus, o i nuovi risparmi netti, del settore privato diventano negativi.

Essendo questo surplus ripartito tra residenti e non residenti (la quota di questi ultimi rappresenta il deficit commerciale nazionale), si potrebbe sostenere che esso non aiuta l’economia interna. È un’altra idea sbagliata. Tutti i dati dimostrano che la quota del settore privato interno è sempre fortemente positiva. Questa identità fondamentale spiega le assurdità dei paesi europei del centro, soprattutto della Germania, rispetto alla periferia, a partire dalla Grecia. Dato che la loro unica fonte di crescita sono le esportazioni, quando impongono una secca terapia-shock alla Grecia, essi le impediscono di mantenere un deficit commerciale, e comprimono le proprie esportazioni.

Questo è l’impatto di breve periodo del deficit di bilancio. E quello a lungo termine? Rispondere alla domanda richiede una distinzione fondamentale tra due tipi di deficit pubblici: quelli cattivi e quelli buoni. I deficit sono cattivi quando non sono il risultato di politiche di lungo periodo al fine di creare un utile e produttivo stock di capitale, sia materiale (tutti i tipi di infrastrutture e le attrezzature che non verranno mai create dal settore privato, perché vanno oltre la sua capacità di scommettere su un futuro inconoscibile) che non-materiali (le assunzioni nella ricerca avanzata, sanità, insegnamento: settori in cui il vero capitale è il lavoro).

I deficit cattivi si verificano in due scenari interconnessi:

– lo scenario di terapia-shock come quella imposta alla Grecia: l’economia collassa a causa dei tagli della spesa, le entrate fiscali calano, il deficit riappare e potrebbe crescere;
– le politiche deflattive di lungo periodo: quali che siano gli sforzi per sbarazzarsi dei dipendenti e per tagliare gli investimenti pubblici, il governo non riesce a fermare il crollo del gettito fiscale e azzerare il deficit. I deficit cattivi non riflettono una crescita dello stock di capitale della società. Gli agenti privati si aspettano più tagli, più povertà, quindi si astengono dal consumare o investire.
Buoni deficit produttivi riflettono invece una politica di lungo periodo di accumulazione del capitale della società. Sono programmati. Il loro impatto a lungo termine è sempre positivo, e generano aspettative positive crescenti in tutti gli agenti privati, residenti e non residenti. Sono il motore ultimo per orientare la crescita.

I buoni deficit sono sostenuti da un’emissione di debito pubblico che può auto-finanziarsi, pur essendo un «regalo» al futuro. Il reddito nazionale è generato dalle spese precedenti. Come la famiglia e le aziende, lo Stato è obbligato a spendere prima di ottenere le entrate fiscali. Le spese iniziali generatrici di reddito vanno finanziate con creazione di moneta e risparmio preesistente. Uno Stato ben gestito non deve risparmiare, è obbligato a finanziare tutte le sue spese grazie alla creazione di moneta da parte del sistema bancario.

Le spese dello Stato riflettono un credito del sistema bancario, e la controparte è una passività emessa dallo Stato. Quando lo Stato raccoglie le tasse, spende il suo reddito per cancellare o restituire una quota del debito iniziale. Questo eccesso della spesa sul gettito fiscale è una fonte di ricchezza per il settore privato nel suo complesso: lo Stato moderno non può essere obbligato a rimborsare il debito totale iniziale, può lasciar crescere il deficit che vuole. Lo Stato non va trattato come un’azienda privata ordinaria. Nel bilancio del sistema bancario, la controparte del deficit sul lato dell’attivo è l’aumento delle passività di lungo periodo dello Stato; qui sta la causa del debito pubblico.

Dato che lo Stato non è certo un agente privato qualunque, non deve finanziare le proprie spese con prestiti da banche private come se fosse una corporation. Qui sta la condizione d’esistenza della Banca centrale, come ramo bancario dello Stato. Nel bilancio della Banca centrale, la controparte del deficit sul lato dell’attivo è l’accumulo di titoli di Stato gravati da un tasso di interesse fissato dal Tesoro. In tal caso il debito pubblico non è altro che un debito dello Stato verso se stesso.

Per questo la crisi dell’euro è auto-inflitta. Volendo sbarazzarsi dello Stato come motore della crescita, i fondatori dell’euro hanno deciso di privatizzare lo Stato e di considerarlo come una qualsiasi azienda privata. Hanno creato una Banca centrale cui è proibito svolgere il normale ruolo delle banche centrali. Gli stati nazionali sono stati obbligati a sforzi per riequilibrare i conti. Il sistema dell’euro – nella sua configurazione e governance attuali – non può sopravvivere.

Il debito pubblico è un peso in ogni caso? Anche se una quota del debito pubblico è acquisita da banche private in seguito alla vendita di obbligazioni da parte della Banca centrale, la risposta deve essere un NO forte – almeno sin quando i deficit sono buoni – per tre ragioni connesse. 1) Essendo il motore ultimo della crescita a causa del loro forte effetto moltiplicatore, essi generano automaticamente un aumento del gettito fiscale futuro sufficiente a consentire allo Stato di far fronte ai propri impegni. 2) Essendo la controparte della messa in opera di un capitale socialmente utile, questi deficit forniscono alle generazioni future un benessere accresciuto, inducendo aspettative ancora più dinamiche. Qui sta il motivo per cui aumentare il debito verso la banca centrale non può indurre inflazione nell’economia. 3) Poiché i titoli del debito pubblico sono perfettamente liquidi e dotati di un valore non fittizio (al contrario della maggior parte delle passività private), contribuiscono alla stabilità finanziaria delle banche che li hanno acquistati.
Uno Stato ben gestito, che dunque pianifica permanentemente buoni deficit, non può mai andare in bancarotta. Anche l’Unione monetaria europea, qualunque siano i suoi sforzi, non potrebbe creare la possibilità di una bancarotta persino per l’infelice Grecia. La stessa eventualità di una mancanza di acquirenti per i titoli greci non è stata mai all’ordine del giorno. L’unica posta in gioco era quella di imporre più deflazione in Grecia, soprattutto abbattendo il potere d’acquisto della forza-lavoro e accelerando lo smantellamento dello Stato. I cosiddetti «piani di aiuto» sono serviti solo ad aiutare le banche straniere in possesso di obbligazioni greche. In tempi di aspettative nere i sacrifici del popolo non erano mai abbastanza! L’economia dell’euro è, in conclusione, vittima della stramba ideologia che si è costruita, radicata nella propria storia.

Alain Parguez, professore emerito di economia all’Università di Besançon
Fonte: www.ilmanifesto.it